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Cecco d'Ascoli, l'astrologo arso vivo a Firenze nel 1327

La storia di Francesco Stabili, detto Cecco d'Ascoli: condannato dall'Inquisizione e bruciato vivo a Firenze il 16 settembre 1327.

Via dell'erta canina,
Foto d'archivio · Foto Sailko / Wikimedia Commons, CC BY 3.0
In breve
  • Cecco d'Ascoli, al secolo Francesco Stabili, fu condannato dall'Inquisizione e bruciato vivo a Firenze il 16 settembre 1327
  • Medico, poeta e astrologo, era già stato processato a Bologna nel 1324
  • Nella sua opera l'Acerba prese le distanze dalla Divina Commedia di Dante
  • La sua vicenda si intrecciò con leggende cittadine, tra cui quella della Berta di Santa Maria Maggiore

Firenze, 9 ottobre 2026 - Una leggenda, un rogo e una città che da secoli custodisce la memoria di uno dei suoi episodi più cupi: è la storia di Cecco d'Ascoli, l'astrologo condannato dall'Inquisizione e bruciato vivo a Firenze il 16 settembre 1327.

Il suo vero nome era Francesco Stabili, ma passò alla storia con il soprannome legato alla città marchigiana di origine. Medico, poeta, astrologo e studioso, cercava negli astri risposte sul mondo e sulla vita degli uomini. Nel Medioevo i confini tra astronomia e astrologia erano molto più sfumati di oggi, ma le sue teorie si spinsero al punto da attirare l'attenzione degli inquisitori.

Nel 1324, mentre insegnava astrologia a Bologna, venne processato e condannato per alcune delle dottrine contenute nelle sue opere, perdendo la possibilità di insegnare.

L'arrivo a Firenze e la sfida a Dante

Qualche anno dopo Cecco arrivò a Firenze ed entrò al servizio di Carlo di Calabria, che allora governava la città. Frequentava gli ambienti di potere cittadini e non nascondeva il proprio pensiero, arrivando a confrontarsi apertamente con l'opera di Dante Alighieri. Nella sua opera principale, l'Acerba, scrisse una frase che prendeva le distanze dal viaggio ultraterreno narrato nella Divina Commedia, rivendicando invece un sapere fondato sull'osservazione della natura.

Il secondo processo e la condanna

Nel 1327 Cecco venne nuovamente arrestato dall'Inquisizione. L'inquisitore francescano Accursio Bonfantini fece recuperare gli atti del precedente processo di Bologna e tornò sulle sue opere: Cecco era accusato di aver continuato a sostenere idee per le quali era già stato condannato, in particolare sul potere degli astri e sulla loro influenza sulle vicende umane.

Il 15 settembre 1327 arrivò la sentenza e il giorno successivo Cecco d'Ascoli fu bruciato vivo a Firenze, insieme ai suoi libri, finiti anch'essi sul rogo.

La leggenda della profezia

Attorno alla sua morte si costruì nel tempo una leggenda: secondo questa tradizione popolare, il diavolo avrebbe promesso a Cecco che la morte lo avrebbe raggiunto soltanto "tra Africa e Campo di Fiori", dove "Africa" indicava in realtà l'Affrico e "Campo di Fiori" era Firenze, la città del fiore. La vicenda del rogo si intrecciò nei secoli anche con altre leggende cittadine, come quella legata alla cosiddetta Berta, la testa di pietra visibile sulla facciata della chiesa di Santa Maria Maggiore in via de' Cerretani.

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